Fin dagli anni ’40 si sono confrontate due visioni di Europa. La prima era quella che doveva portare alla costituzione di uno stato federale europeo, gli Stati Uniti d’Europa, ben riassunta dal testo seguente:
“occorre sin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far nascere il nuovo organismo che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un saldo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali; spezzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari; abbia gli organi e i mezzi sufficienti per far eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli stati stessi l’autonomia che consenta una plastica articolazione e lo sviluppo di una vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.”
La seconda era quella di creare una “Europa delle nazioni”, ben riassunta dal testo seguente:
“A questo punto occorre dire una parola sull'Europa e relativo concetto… la costituzione di una comunità europea è auspicabile e forse anche possibile, ma tengo a dichiarare in forma esplicita che noi non ci sentiamo italiani in quanto europei, ma ci sentiamo europei in quanto italiani. La distinzione non è sottile, ma fondamentale. Come la nazione è la risultante di milioni di famiglie che hanno una fisionomia propria, anche se posseggono il comune denominatore nazionale, così nella comunità europea ogni nazione dovrebbe entrare come un'entità ben definita, onde evitare che la comunità stessa naufraghi nell'internazionalismo …”
Il primo testo è il Manifesto di Ventotene. Il secondo è l’ultimo discorso di Benito Mussolini, il “discorso del Lirico” del dicembre 1944.
Io mi riconosco nella prima visione, quella di Altiero Spinelli, altri nella seconda, quella di Benito Mussolini.